SMART WORKING E TELELAVORO: UNA FALLACE TRADUZIONE CHE NON PUÒ FUNZIONARE IN ITALIA

“Cosa cavolo ci fai qui in ufficio?” (frase detta dall’AD di importantissima società statunitense nel 1995 ad un pirlotto 27enne neoassunto (io) che pensava che la prima cosa importante fosse mostrare puntualità al lavoro.
“Cosa cavolo ci fai in ufficio? Presumo che tra andata e ritorno tu impieghi quasi 3 ore; perchè sei qui quando tra 2 giorni devi condividere un piano di lancio di un importante prodotto? C’è forse qualche mancanza nella connessione, nel PC o nel telefono che ti paghiamo che non ti permetta di raggiungere questo obiettivo senza spendere queste ore per venire in ufficio?”
Mi sembrava frase molto figa… ma io ero pur sempre il pirlotto 27enne.

Il termine “Smart Working” è già utilizzato da qualche anno, specie nelle grosse Corporates statunitensi.
Una volta si utilizzava “Distance Working”, ma forse inserire un aggettivo che riconduca all’intelligenza porta appeal, e comunque i neologismi funzionano bene negli ultimi 20 anni. Specie qui che li adottiamo pedissequamente.

E sono proprio 20 gli anni da quando ho cominciato a stringere collaborazioni professionali con persone che vivevano dall’altra parte del globo.

Mi è sempre sembrata una cosa naturale; a partire già da circa il 1995 non sentivo più barriere alla comunicazione sincrona e asincrona nella comunicazione via Web, figuriamoci nel 2000.
Ho anche sempre creduto nella condivisione della conoscenza, al punto che anni fa ho creato questo gruppo Linkedin per condividerla, senza aver mai postato messaggi promozionali ma accettando tutti quelli che sono stati pubblicati con un sorriso. Certo che le persone sappiano distinguere, ho per anni lasciato che questo gruppo condividesse ogni cosa, anche di auto-promozione, curandomi solo dei toni e dello spazio aperto a tutti.

Ma torno al tema; ho avuto tante persone che hanno lavorato per me e con me in tutti questi anni senza mai vederle “de visu” ma su cui metterei la mano sul fuoco per competenze ed affidabilità.
Quando le persone sono fisicamente distanti si lavora per obiettivi.

Si, lo so che il termine “Obiettivi” sembra desueto; in Bocconi, da piccolo, già mi dicevano che fosse termine poco trendy, meglio usare il termine “Processi” che è il nuovo target. Però penso anche che sia meglio andare per gradi.
Vale la pena spendere un po’ di tempo per condividere obiettivi misurabili invece di passare molto più tempo col cronometro a valutare i tempi dedicati al lavoro svolto, passandolo poi in rassegna (con tante altre ore a bilancio e minando la motivazione altrui).
Perchè solo così si parlerà di risultati e non relazioni; perchè solo così si separeranno cose da persone. Il focus sulle cose distoglie dal gestire le tensioni relazionali; anche se frase da Bacio Perugina è pur sempre una verità.

Non immaginate quante volte io abbia sentito la frase “Lavoriamo per obiettivi, però il badge va strisiciato ad inizio e fine lavoro”
A distanza è la stessa cosa. Anzi, è tema ancor più critico.

Leggetevi la Legge n.81 del 22 maggio 2017 Sullo Smart Working, e relativa circolare INAIL n.48/2017-… e poi pensate se questa normativa sia congrua coi reali dettami di performance aziendale, personale e di benessere.

Abbiamo in Italia una nuova normativa che misura (proprio come prima e sempre) il rendimento sulle ore di connessione all’azienda (Ore di connessione=Lavoro vero) come se tutto possa risolversi nel tempo di VPN attivo. Si timbra connettendosi e si timbra disconnettendosi.
Ma questo WORK è davvero così SMART?

In questi ultimi tempi, a causa dei recenti avvenimenti, abbiamo ricevuto diverse richieste d’aiuto per implementare velocemente lo Smart Working in grandi aziende. La mia prima reazione è stata d’imbarazzo; mi sembrava quasi di essere un costruttore di case-container in zone terremotate; un’arpia che plana sul disagio.
Poi ho pensato che quasi tutte queste aziende gli strumenti già li abbiano davvero. Magari sopiti per via di sempre presenti priorità… ma li hanno. Dare uno scossone perchè un IT manager parli con un responsabile della formazione? Impossibile?
Forse è vero; tra processi e normative, la persona arriva dopo.

Franz

PS: “Se vedo una persona svaccata coi piedi sulla scrivania, il mio primo pensiero non è che non stia facendo un cazzo, ma che abbia gia terminato i tasks condivisi ed ora si riposi pensado, magari, in un’ottica più strategica. E comunque si riposa, perchè è solo esaurito il quotidiano che puoi avere una visione più sistemica. Altrimenti ho fallito io come manager. (cit. responsabile commerciale di grande azienda mia cliente)

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